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Controprogetto: i ribelli del design

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Ecco un fulgido esempio di come un avversativo di forma “Contro progetto” possa volgersi in un’alternativa pratica virtuosa.

Il laboratorio venne creato nel 2003 all’interno dell’esperienza di riqualificazione urbana partecipata della Stecca degli Artigiani, fucina di talenti ospitata all’interno di un’antica fabbrica, situata nel quartiere meneghino Isola, successivamente demolita perché non coerente con le pianificazioni territoriali ideate per l’area.

Negli anni a seguire, forte degli incontri avvenuti, delle collaborazioni creative intraprese, l’entourage definì la sua conformazione attuale, una miscellanea di competenze e facoltà complementari l’una all’altra, incarnati in quattro elementi fondanti: Valeria Cifarelli, Matteo Prudenzati, Davide Rampanelli e Alessia Zema.

Avvalendosi di una formazione progettuale, dovuta agli studi presso la facoltà di Design e Architettura di Milano, forgiano per sè una dimensione professionale ad hoc, differente dai consueti iter figurabili post laurea.

Assecondando un indole caratterizzata da un forte pragmatismo inventivo, preferiscono seguire personalmente l’intero processo produttivo dei loro elaborati, dando forma concreta a propositi di gran estro, qualificati non solo per l’indiscussa perizia manuale propria degli artigiani più fini, ma da una particolare ricettività emotiva applicata alla scelta dei materiali impiegati per le realizzazioni.

Scoprire dunque composti di scarto, capirne il potenziale estetico reinserendolo in un contesto contemporaneo, personalizzato, serbandone la storia, e generandone di inedite è il principio esecutivo cui si appella Controprogetto; proposta di autoproduzione solutiva al concetto di rifiuto coniato dalle generazioni di benessere, innescata da una forte consapevolezza per le tematiche ambientali, elude la forma critica fine a se stessa, conducendo ad atti ri-creativi autentici, tesi ad un consumo sociale condiviso.

Fondando così su norme eco compatibili, la vitalità ed il vigore processuale innestano una linea di valore che valica i profili tangibili delle messe in opera, denunciando una “gioia del fare” che si contrappone alle regole comportamentali del marketing ufficiale; franchigia di una libertà d’impresa in cui responsabilità e passione generano una dicotomia di rara intensità.

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